Una giornata qualunque in quest'autunno novembrile, quando la natura dà il più bel spettacolo di sé stessa. Non più il cielo terso scolorito dall'afa e il mare immobile, non più i colori sbiaditi da un sole atroce che non abbronza ma brucia. Ora la luce è tagliente, accende i contrasti tra il blu profondo del mare e il giallo del calcare della scogliera; il cielo, denso di nuvole in corsa, disegna ombre su un mare risvegliato da un lungo sonno, che respira forte contro le rocce nell’attimo in cui un’onda si infrange alta sugli scogli, come se ogni onda volesse incidere una parola sul bordo delle pietre. A tratti il vento si alza, increspa la superficie dell’acqua; nelle pozze tra gli scogli resta una schiuma sottile, memoria effimera del passaggio delle onde. Più che semplici vedute, queste immagini sono punti di ascolto: invitano a sentire il rumore del mare, il fruscio del vento, il peso delle storie non dette che abitano ancora le pietre di questo che fu un ameno luogo, perché la fotografia è bugiarda, ti consegna solo l’imbeccata del fotografo. Basta spostare di poco lo sguardo e il quadro cambia. Alla mia destra la lunga striscia d’asfalto della bretella per l’aeroporto taglia il territorio con il suo flusso continuo di auto. Alle mie spalle il complesso della “Tonnara dell’Ursa” veglia su questo teatro naturale come un’antica sentinella di pietra, ponte silenzioso tra ieri e oggi. Dietro ancora, la fila di muri, recinzioni e case sul demanio continua a raccontare una storia di occupazioni, abusi e silenzi: la stessa che denunciammo con le mostre fotografiche “Mafia e territorio” insieme a
#peppinoimpastato a
#radioaut All’orizzonte la Punta del Raìs continua a vegliare ed esistere in filigrana, dietro il nome ufficiale dedicato ai giudici uccisi dalla mafia, a ricordare che la toponomastica, come la memoria, cambia ma non si cancella.
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