#Repubblica

2026-02-08

@maurobiani@sociale.network 🔗 sociale.network/users/maurob... - #Olimpiadi #OlimpiadiInvernali2026 #cerimoniadapertura #GianniRodari, uno dei miei due-tre intellettuali di riferimento. Da sempre. Bravissimo #Ghali. Oggi per @repubblica #repubblica

due ragazzi giocano a cerchietto lanciando i cerchi. olimpici intorno ad un fucile.
Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra.

Gianni Rodari
2026-02-08

#Olimpiadi #OlimpiadiInvernali2026 #cerimoniadapertura
#GianniRodari, uno dei miei due-tre intellettuali di riferimento. Da sempre.
Bravissimo #Ghali.
Oggi per @repubblica #repubblica

due ragazzi giocano a cerchietto lanciando i cerchi. olimpici intorno ad un fucile.
Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra.

Gianni Rodari
stefania maurizismaurizi
2026-01-30

io trovo molto interessante l'intervista dell'ex ministro Beppe Pisanu a .

I cablo di rivelano che alle Olimpiadi invernali di Torino 2006, con ministro Pisanu,gli USA erano frustrati dalla mancanza di condivisione di informazioni. Mi chiedo perché

2026-01-29

#Ucraina #Russia #morti #2milioni #NewYorkTimes
Poveri cristi senza abbraccio, crocifissi per distruggere e crocifiggere a loro volta.
Oggi per @repubblica #repubblica

ragazzo morto.
“Vittime delle truppe in guerra in Ucraina vicino a 2 milioni, tra morti, feriti, dispersi.” NYT
2026-01-28
= [SNS > ~
ALEX PRETTI 98 SP) ANP 4
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YE IW ESECUZ2IONE
AN A DELLA DEMOCRAZIA
AB \ TELE A
2026-01-15

per i 50 anni di #Repubblica ho intervistato tramite seduta spiritica Eugenio Scalfari

-Direttore, come va?
+In realtà come prima, osservo gli altri dall'alto
-Che ne dice di questo periodo storico?
+Mancano i riferimenti intellettuali, quelli fascinosi con barba e giacca da fumo
-La sinistra?
+già era persa quando c'erano i miei editoriali, si figuri ora
-E del suo giornale in crisi?
+Beh, è come il cristianesimo dopo Gesù, difficile
-Ma allora Dio esiste?
+con chi crede di stare parlando?

stefania maurizismaurizi
2025-12-13

Esprimo a quei giornalisti di e ,che,nonostante la situazione, hanno cercato in questi anni di portare avanti un lavoro giornalistico serio.
Per me,nel 2020 era diventato impossibile continuare e ho fatto un salto nel buio,dimettendomi

Luca da BaskervilleLucaM1978@mastodon.uno
2025-11-27

Ecco, da oggi ho un esempio in più.

"Ragazzi, quando vi chiedono di copiare i #compiti, non glielo consentite. Se un giorno uno di quei compagni incapaci, scansafatiche, inconcludenti, diventasse #ministro della #Repubblica, voi ne sareste corresponsabili ".

stefania maurizismaurizi
2025-11-03

4 weeks after the Italian leading daily,,interviewed the CEO of Italy's arms giant , published a new interview w/him

But no one has challenged him:you stated that doesn't sell even a bolt to , however revealed this

stefania maurizismaurizi
2025-11-03

a 4 settimane dall'intervista del a ,AD del gigante delle , ,nuova intervista a ! stavolta

Ma guai a chiedergli: aveva detto che non vende neanche un bullone a e invece ha rivelato questo

Di conseguenza non risultavano diplomatici epurati

I momenti di svolta per la diplomazia italiana furono rappresentati dal crollo del fascismo e dall’armistizio. Come è stato scritto, la scelta della maggioranza dei diplomatici fu quella di aderire al Regno del Sud. Le ragioni alla base di questa scelta furono varie e in parte convergenti: motivazioni di carattere ideologico, convinzioni personali, lealtà dinastica, e spesso una realistica interpretazione delle svolte verificatesi tra il 25 luglio e l’8 settembre influirono, separatamente o insieme, nell’orientare la decisione dei funzionari. In generale, dopo la formazione della Repubblica Sociale, la scelta di obbedire ad uno dei due stati italiani allora esistenti si rivelò in ogni caso problematica per non pochi dirigenti. Secondo la condivisibile valutazione di Ganapini, “la dialettica tra «carriera», tradizione di corpo, falsa coscienza della neutralità del ruolo pubblico o anche privato fu molto complessa non solo in tutti i settori dell’amministrazione dello Stato ma nell’intera società italiana” <51.
Al ministero degli Esteri i funzionari in servizio alla data dell’8 settembre 1943 erano 490 <52. Dopo la liberazione di Roma iniziò la verifica della condotta del personale di carriera ai fini della conferma del mantenimento in servizio o dell’eventuale epurazione. Non si trattò solamente di un’esigenza avvertita dalle forze politiche antifasciste: l’avvio dell’epurazione rappresentava anche l’adempimento di precise disposizioni alleate <53. L’organo al quale furono affidati i compiti di individuare i responsabili dei crimini del passato regime e di comminare le relative sanzioni fu l’Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo, istituito il 27 luglio 1944 attraverso il decreto legislativo luogotenenziale n. 159 <54. Il decreto era articolato in cinque Titoli. Il primo definiva il reato di fascismo, mentre il quinto istituiva l’Alto Commissariato. L’articolo 2 del Titolo I enunciava che: «[…] i membri del governo fascista ed i gerarchi del fascismo, colpevoli di aver annullato le garanzie costituzionali, distrutte le libertà popolari, creato il regime fascista e compromesse e tradite le sorti del Paese condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con l’ergastolo e, nei casi di più grave responsabilità, con la morte» <55. Gli altri articoli del Titolo I erano formulati per epurare quanti all’interno dello stato avevano sfruttato il regime per favorire la carriera personale <56. E’ importante, inoltre, distinguere l’epurazione condotta dai partigiani, quella portata avanti dal governo militare alleato nella zone del fronte e quella condotta dai governi provvisori italiani nelle zone liberate. Nel presente paragrafo si fa riferimento a quest’ultimo tipo di epurazione e si citeranno soprattutto i casi di quei diplomatici che hanno avuto un ruolo nelle relazioni italo-tedesche <57.
Il conte Carlo Sforza fu nominato Alto Commissario e fu lo stesso esponente antimonarchico, in seguito, a decidere di scegliere tra i partiti del CLN altri due commissari aggiunti per essere assistito nell’attività di epurazione. La scelta, come è noto, ricadde su Mario Berlinguer, esponente del partito d’azione, e su Mauro Scoccimarro, appartenente al partito comunista <58. Il loro compito fu quello di stabilire le pene dei delitti fascisti e di operare l’epurazione dell’apparato statale e governativo <59. Alla data del 15 gennaio 1945 i funzionari collocati a riposo dalla commissione preposta all’epurazione del ministero degli Esteri erano 84 <60. Dei restanti 406, 135 erano considerati così compromessi che furono deferiti a giudizio; 51 fra questi furono prosciolti, 7 furono quelli rimossi da ogni incarico, 10 furono retrocessi, ammoniti o dovettero subire sanzioni disciplinari di altro tipo <61. Gli atti della commissione appositamente istituita per gli Esteri dimostrano l’elevato numero di procedimenti nei confronti del personale appartenente alla carriera diplomatico-consolare <62. Tra il 1944 e la fine del 1945 la carriera di circa 219 funzionari su 490 fu passata al setaccio dalla Commissione di epurazione. Tra questi figuravano importanti nomi della diplomazia italiana. Tra i diplomatici più noti erano compresi Raffaele Guariglia, Renato Prunas e Augusto Rosso (quest’ultimo era stato, insieme a Prunas, tra i primi Segretari Generali del ministero dopo il 25 luglio 1943), tutti deferiti al giudizio di epurazione <63.
Francesco Babuscio Rizzo <64, entrato in carriera nel 1925 e primo ambasciatore italiano nella Repubblica federale tedesca, risultava in possesso della qualifica di “ante marcia” ed era accusato <64 di aver fatto parte delle squadre d’azione fasciste <65. Per tali motivi durante il regime, secondo la Commissione di epurazione, Babuscio Rizzo raggiunse in meno di quattordici anni il grado elevato di ministro Plenipotenziario di seconda classe <66, scavalcando altri funzionari con la stessa anzianità. Nel 1939 fu inviato a Tirana in qualità di Consigliere di legazione per collaborare con Francesco Jacomoni all’occupazione militare dell’Albania <67. Infine dal febbraio al luglio del 1943, Babuscio
Rizzo ricoprì la carica di Capo di Gabinetto del ministero. In questo ruolo nella primavera del 1943 fu tra gli autori insieme a Giuseppe Bastianini (sottosegretario agli Esteri), Leonardo Vitetti <68 e Luca Pietromarchi (entrambi Ministri plenipotenziari di prima classe) della controversa «Carta d’Europa», presentata dal regime fascista ai vertici del Terzo Reich a Klessheim (7-10 aprile 1943). Il progetto della «Carta d’Europa» rappresentava il punto di vista italiano sul “nuovo ordine europeo” la cui realizzazione era prevista in seguito alla vittoria definitiva dell’Asse. Nel difficile contesto degli ultimi mesi di vita dell’alleanza politico-militare italo-tedesca, tale prospetto rifletteva la volontà dell’Italia di limitare la progressiva subordinazione nei confronti dell’alleato tedesco (aumentata proporzionalmente alle sconfitte militari dell’Italia) immaginando piccoli spazi di autonomia anche per gli stati occupati, tuttavia i rappresentanti tedeschi rifiutarono recisamente il progetto presentato dall’Italia <69. Dopo il 25 luglio del 1943 Babuscio Rizzo fu nominato ambasciatore in Vaticano e da quella sede riuscì a superare indenne il processo di epurazione. Il ministero degli Esteri scavalcò l’Alto Commissariato adducendo che l’opera di Babuscio Rizzo era particolarmente «utile per il normale sviluppo dei rapporti tra il Governo Italiano e la Santa Sede» <70. La risposta dell’Alto Commissariato non si fece attendere e ribaltando la giustificazione politica presentata dal ministero comunicava che: «[…] la importanza delle sue attuali funzioni anziché ostare alla sospensione, come codesto Ministero opina, la rende invece ancor più necessaria, non essendo certo compatibile, per chi ha avuto, notoriamente, tanta parte nel passato regime, di seguitare ancora a rappresentare l’Italia all’estero e di svolgere, per di più, delicate trattative presso Governi stranieri» <71. Le lacune della documentazione non consentono una dettagliata ricostruzione dei vari passaggi (molto probabilmente subì retrocessioni di carriera), tuttavia il conferimento del grado di ambasciatore a Babuscio Rizzo nei primi anni Cinquanta, in occasione della sua missione a Bonn, attesta che egli superò la fase dell’epurazione in assenza di pregiudizi politici per il futuro proseguimento della carriera.
Il console Guglielmo Arnò, nel 1946 a capo della delegazione degli osservatori italiani ai processi contro i criminali nazisti di Dachau e Norimberga, era entrato in sevizio in seguito alla legge del 1927 che prevedeva il reclutamento senza regolare concorso di alcuni “benemeriti della causa fascista” allo scopo di fascistizzare il ministero <72. Anche il primo rappresentante diplomatico italiano nella Bizona nel 1947, Vitale Gallina, era un “ventottista” <73. Il Console Gallina era inoltre accusato dalla Commissione di epurazione di essere stato durante il regime uno stretto collaboratore del generale Enzo Emilio Galbiati, dal 1941 a capo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.
Aldo Morante, addetto commerciale della rappresentanza diplomatica italiana in Germania nel 1947, uno dei protagonisti della riorganizzazione delle relazioni economiche italo-tedesche, era stato littore della cultura e dal 1939 al 1941 redattore della rivista «Civiltà fascista». Roberto Chastel «ventottista», Console generale a Francoforte sul Meno negli anni Cinquanta, era stato messo a riposo senza diritto di pensione nel gennaio del 1945 per aver collaborato nell’inverno del 1943-1944 con Mazzolini alla riorganizzazione del ministero degli Esteri di Salò <74. Massimo Magistrati, nel 1950 in servizio presso il ministero a Roma come capo del Servizio Cooperazione Europea ed esperto di questioni tedesche, era stato negli anni Trenta uno dei funzionari più protetti da Ciano, del quale era anche cognato. Prima della guerra in qualità di Consigliere di legazione a Berlino, Magistrati era stato uno dei principali artefici e sostenitori dell’alleanza italo-tedesca <75. Sulla rapidissima carriera di Magistrati la scheda redatta dalla Commissione di epurazione per gli Esteri riportava: «[…] il Magistrati ha fatto una rapidissima carriera, tanto che, assunto nel 1925, si è trovato, nel 1938, dopo una serie di avanzamenti non altrimenti giustificabili, Ministro plenipotenziario di II classe, in un grado, cioè alquanto superiore a quello corrispondente alla sua anzianità, fra tutti i Ministri plenipotenziari di II classe in carica nel 1943 egli era quello pervenuto in quel grado nella spazio di tempo più breve» <76.
Per questi diplomatici gli elementi di compromissione con il regime non erano limitati all’uso della tessera del partito fascista ai fini dell’acquisizione di vantaggi economici o di carriera, ma avevano implicato l’attiva adesione e partecipazione ai progetti espansionistici del fascismo della seconda metà degli anni Trenta.
Le richieste di sospensioni dal servizio, di privazione del grado, dello stipendio e del diritto alla pensione, qualora fossero state interamente accolte, avrebbero provocato la completa decapitazione dei vertici e dei ruoli della diplomazia italiana <77. Raffrontato con altri ministeri, l’alto numero dei licenziamenti all’interno del ministero degli Esteri costituì, secondo Woller, un’eccezione nell’ambito della pubblica amministrazione, soprattutto perché il governo italiano agiva in questo settore sotto gli occhi dell’opinione pubblica internazionale e non poteva fare altro che dimostrare severità e rigore <78. I giudizi e le valutazioni sulla politica di defascistizzazione e sulle sanzioni adottate dai governi italiani nel periodo 1943-1948 sono oggetto di dibattito fra gli storici <79. Le fonti a disposizione dimostrano che le Commissioni di epurazione svolsero il compito per cui erano state istituite. Il periodo 1944-1946 segnò una volontà di discontinuità da parte delle forze antifasciste e le nomine degli ambasciatori “politici” nelle principali sedi estere, come precedentemente presentato, ne rappresentavano una prova. Allo stesso tempo il conferimento dell’incarico di ambasciatore a rappresentanti della sfera politica era il sintomo di una viva preoccupazione dei partiti del CLN sulla presentabilità internazionale dei vertici del corpo diplomatico italiano. Negli anni seguenti una serie di circostanze e di interessi politici indusse il governo prima ad arginare e poi ad annullare i risultati dell’epurazione <80. Infatti, in un rapporto del ministero dell’Interno del 18 agosto 1952, contenente i dati sui dipendenti statali dispensati dal servizio per effetto dell’epurazione, erano scomparsi gli 84 funzionari messi a riposo nel gennaio del 1945 dalla Commissione di epurazione, di conseguenza non risultavano diplomatici epurati <81.
[NOTE]
51 Cfr. L. GANAPINI, La Repubblica delle camicie nere. I combattenti, i politici, gli amministratori, i socializzatori, Milano, 1999, p. 274.
52 Cfr. la Lista dell’epurazione dai ruoli della carriera diplomatico-consolare alla data del 15 gennaio 1945, in Acs, Allied Control Commission in Italy: Informazioni – Headquarters Allied Commission (10000) – Civil Affairs (105) \892.
53 Già nel corso della Conferenza di Mosca (18 ottobre – 11 novembre 1943) le potenze alleate concordarono una serie di misure volte alla soppressione delle organizzazioni e delle istituzioni create dal fascismo e alla rimozione dei capi fascisti e dei generali dell’esercito sospettati di essere criminali di guerra. Cfr. E. AGA-ROSSI, L’ Italia nella sconfitta, cit., pp. 130-150. Il problema dell’epurazione nei confronti di quanti all’interno delle istituzioni avevano più o meno attivamente sostenuto il regime fascista rappresenta un tema estremamente complesso. Per uno sguardo d’insieme cfr. H. WOLLER, I conti con il fascismo, cit., e ID., «Ausgebligene Säuberung?» Die Abrechnung mit dem Faschismus in Italien, in K-D. HENKE, H. WOLLER (hrsg.), Politische Säuberung in Europa. Die Abrechnung mit dem Faschismus und Kollaboration nach dem Zweiten Weltkrieg, München, 1991, pp. 148-191.
54 Cfr. Acs, Presidenza del Consiglio dei Ministri (d’ora in avanti Pcm), Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo, Titolo I. Cfr. anche H. WOLLER, I conti con il fascismo, cit., pp. 187-260.
55 Ibid.
56 Ibid.
57 Per una contestualizzazione delle diverse operazioni di epurazione cfr. H. WOLLER, I conti con il fascismo, cit., pp. 188-286.
58 D. IVONE, Raffaele Guariglia, cit., pp. 80-83. Nel corso dell’attività di epurazione si alternarono diversi commissari, tra cui anche Nenni e il comunista Grieco.
59 H. WOLLER, I conti con il fascismo, cit., pp. 200-260.
60 Cfr. la Lista dell’epurazione dai ruoli della carriera diplomatico-consolare alla data del 15 gennaio 1945, cit.
61 Ibid.; cfr. anche H. WOLLER, I conti con il fascismo, cit., p. 249; D. IVONE, Raffaele Guariglia, cit., pp. 83-85.
62 La documentazione completa prodotta dalla Commissione di epurazione per il ministero degli affari Esteri è in Acs, Pcm, Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo, Titolo III, Affari dell’epurazione del personale delle amministrazioni dello Stato, fasc. 12-3: personale diplomatico.
63 Su Prunas cfr. G. BORZONI, Renato Prunas diplomatico (1892-1951), Soveria Mannelli, 2004, pp. 434-450; sulle vicende di Guariglia e Rosso cfr. D. IVONE, Raffaele Guariglia, cit.
64 Francesco Babuscio Rizzo (1897-1983). Laureato in giurisprudenza presso l’Università di Firenze; nel 1925 intraprese la carriera diplomatica. Prima della seconda guerra mondiale svolse missioni a Berna, Buenos Aires, Digione, Shanghai, Pechino e Tirana. Dal 1939 al febbraio 1943 fu Consigliere di legazione presso lo stato del Vaticano. Capo di Gabinetto presso il ministero durante gli ultimi mesi del regime fascista (febbraio-luglio 1943). Dopo la caduta di Mussolini e la formazione del governo Badoglio fu nuovamente inviato in Vaticano. Babuscio Rizzo risulta essere uno dei diplomatici su cui la Commissione di epurazione addetta al dicastero degli Esteri ha prodotto più fascicoli di documentazione. Prosciolto dalle accuse fu inviato come ambasciatore a Dublino dal 1946 al 1949. Nel 1949 divenne capo della Missione diplomatica italiana in Germania e dal 1951 al 1954 primo Ambasciatore d’Italia presso la Repubblica Federale tedesca. Nel febbraio del 1955 fu inviato come ambasciatore in Brasile.
5 Cfr. Acs, Pcm, Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo, Titolo III, Affari dell’epurazione del personale delle amministrazioni dello Stato, fasc. 12-3: personale diplomatico, sottofasc.: Francesco Babuscio Rizzo.
66 Undici erano i gradi della carriera diplomatica, gli ambasciatori rivestivano il secondo grado. I ruoli erano stati fissati con il R.D. del 14 agosto 1931. Quest’ultimo prevedeva i ruoli di: Ambasciatore, Ministro plenipotenziario di prima classe, Ministro plenipotenziario di seconda classe, Consigliere di legazione, Primo Segretario di legazione di prima classe, Primo Segretario di legazione di seconda classe, Console generale di prima classe, Console generale di seconda classe, Console di prima classe, Console di seconda classe, Console di terza classe, Viceconsole di prima classe, Viceconsole di seconda classe e Addetti consolari. Cfr. E. SERRA, La diplomazia in Italia, Milano, 1984, pp. 44-45.
67 La figura di Francesco Babuscio Rizzo ritorna più volte nel noto studio di Davide Rodogno. Sul ruolo del ministero degli Esteri nell’occupazione dell’Albania scrive Rodono: «Va inoltre rilevato che in Albania il Ministero degli Esteri ebbe un ruolo preminente rispetto agli altri organi dello stato, sia per l’interessamento di Ciano, sia perché il Sottosegretario di stato per gli affari albanesi – poi Ufficio Albania – s’insediò presso questo ministero e sovrintese a tutti i rapporti che interessarono i due paesi, impartendo al luogotenente (Francesco Jacomoni) le direttive della sua azione politica». Cfr. D. Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista (1940-1943), Torino, 2002, p. 87. Babuscio Rizzo è citato alle pp. 66, 161, 486, 506.
68 Accusato e poi prosciolto dalla Commissione per l’epurazione. Nell’autunno del 1943 seguì per due mesi il governo fascista a Salò e poi disertò tornando clandestinamente a Roma per attendere l’arrivo degli alleati. Cfr. Acs, Pcm, Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo, Titolo III, Affari dell’epurazione del personale delle amministrazioni dello Stato, fasc. 12-3: personale diplomatico, sottofasc.: Leonardo Vitetti.
69 La carta, scrive Rodogno, prevedeva quattro punti: «il rispetto del principio di nazionalità e il diritto degli stati di costituirsi sulla base dell’omogeneità etnica; il rispetto della piena sovranità e del libero ordinamento interno degli stati europei; il principio della collaborazione fondata sulla coscienza dell’unità morale dell’Europa e sul pieno e libero sviluppo delle individualità nazionali; la promessa che le potenze dell’Asse avrebbero guidato l’Europa verso una pacifica vita internazionale, da attuare con un’equa distribuzione delle risorse economiche del mondo, con una reale collaborazione di lavoro, di produzione e scambi fra tutte le nazioni […] È indubbio – continua Rodogno – che il progetto “nuova Europa” fu un tentativo meramente propagandistico, un espediente per trovare una via d’uscita alla drammatica realtà italiana. Tuttavia offre lo spunto per domandarsi quanto la visione del nuovo ordine, nel 1943, si differenziasse dai progetti del 1940-41. Dopo due anni d’esperienza a fianco dell’alleato, in una situazione prossima alla catastrofe, gli italiani criticavano i nazisti per l’assenza di una visione politica “comunitaria” ed europea e rimproveravano loro il fatto che non bastasse organizzare gerarchicamente l’Europa. Sostenevano la necessità di costituire le basi di una cooperazione politica ed economica sulle “forze vive dei popoli”, senza sfruttare brutalmente i territori occupati, ma convogliando e potenziando quelle forze che sarebbero state decisive per il dopo, nella lotta contro le grandi forze extraeuropee. Erano vivamente preoccupati al pensiero di poter essere associati e considerati complici del terrore nazista e consapevoli che l’odio e l’avversione nei confronti dei nazisti erano aumentati in maniera massiccia a seguito delle catastrofi dell’inverno 1942-43, quando i resti dell’armata italiana in Russia erano rientrati e migliaia di sopravvissuti avevano stigmatizzato il comportamento dei soldati tedeschi nei loro confronti. Ma tra la visione fascista del nuovo ordine europeo e quella nazista vi fu davvero un abisso ideologico e politico?». Cfr. D. RODOGNO, Il nuovo ordine mediterraneo, cit., pp. 65-66. Dello stesso autore si veda anche ID., Die faschistische Neue Ordnung und die politisch-ökonomische Umgestaltung des Mittelmeerraums 1940 bis 1943, in L. KLINKHAMMER, A. OSTI GUERRAZZI, T. SCHLEMMER (hrsg.), Die Achse im Krieg. Politik, Ideologie und Kriegführung 1939-1945, Paderborn, 2010, pp. 211-231.
70 Cfr. Acs, Pcm, Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo, Titolo III, Affari dell’epurazione del personale delle amministrazioni dello Stato, fasc. 12-3: personale diplomatico, sottofasc.: Francesco Babuscio Rizzo.
71 Ibid.
72 Cfr. Acs, Pcm, Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo, Titolo III, Affari dell’epurazione del personale delle amministrazioni dello Stato, fasc. 12-3: personale diplomatico, sottofasc.: Guglielmo Arnò.
73 Cfr. Acs, Pcm, Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo, Titolo III, Affari dell’epurazione del personale delle amministrazioni dello Stato, fasc. 12-3: personale diplomatico, sottofasc.: Vitale Gallina.
74 Cfr. Acs, Pcm, Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo, Titolo III, Affari dell’epurazione del personale delle amministrazioni dello Stato, fasc. 12-3: personale diplomatico, sottofasc.: Roberto Chastel.
75 Cfr. Acs, Pcm, Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo, Titolo III, Affari dell’epurazione del personale delle amministrazioni dello Stato, fasc. 12-3: personale diplomatico, sottofasc.: Massimo Magistrati.
76 Ibid.
77 Tra gli alti gradi della carriera diplomatica, nel novembre del 1944, gli Ambasciatori sotto processo erano 10 su 19, tra cui: Raffaele Guariglia, Giuseppe Bastianini, Augusto Rosso, Giacomo Paolucci De Calboli, Gino Buti, Ottavio De Peppo, Francesco Pittalis. Più della metà dei Ministri plenipotenziari di prima classe in servizio, 8 su 15, furono rinviati a giudizio: Pellegrino Chigi, Leonardo Vitetti, Luca Pietromarchi, Armando Ottaviano Koch, Attilio De Cicco, Francesco Fransoni, Enrico Bombieri, Luigi Maccotta. Numerosi anche quelli di grado inferiore: Emanuele Grazzi (Ministro plenipotenziario di seconda classe), Filippo Caffarelli (Ministro plenipotenziario di seconda classe), Massimo Magistrati (Ministro plenipotenziario di seconda classe), Ubaldo Rochira (Ministro plenipotenziario di seconda classe), Luigi Vidau (Ministro plenipotenziario di seconda classe), Giuseppe Cosmelli (Ministro plenipotenziario di seconda classe), Luigi Cortese (Ministro plenipotenziario di seconda classe), Tommaso Bertelé (Ministro plenipotenziario di seconda classe), Giovanni De Astis (Ministro plenipotenziario di seconda classe), Francesco Babuscio Rizzo (Ministro plenipotenziario di seconda classe), Gaetano Vecchiotti (Console generale di prima classe), Carlo Bossi (Console generale di prima classe), Umberto Natali (Console generale di prima classe), Quinto Mazzolini (Console generale di
prima classe), Enrico Liberati (Console generale di prima classe), Camillo Giuriati (Console generale di prima classe), Salvatore Meloni (Console generale di prima classe), Giuseppe De Angelis (Console generale di prima classe), Alfredo Angeloni (Console generale di prima classe), Luigi Ottaviani (Console generale di seconda classe), Ettore Perrone (Console generale di seconda classe), Guglielmo Rulli (Console generale di seconda classe), Blasco Lanza D’Ajeta (Console generale di seconda classe), Mario Carosi (Console generale di seconda classe), Italo Zappoli (Console generale di seconda classe), Adolfo Alessandrini (Primo segretario di legazione), Antonio Rosset Deandrè (Primo segretario di legazione), Giuseppe Tommasi (Primo segretario di legazione), Angelino Corrias (Primo segretario di legazione), Antonio Venturini (Primo segretario di legazione, uno dei funzionari italiani che nell’agosto del 1943 decise di attuare una vorace rapina della Grecia occupata seguendo modalità del tutto simili a quella effettuata dai nazisti), Giuseppe Batta Serra di Cassano (Console di prima classe), Camillo Leonini (Console di prima classe), Antonio Valentini (Segretario di prima classe agli Affari Albanesi), Vincenzo Speranza (Console di prima classe), Michele Barillari (Console di prima classe). Cfr. Acs, Pcm, Alto Commissariato per le Sanzioni contro il Fascismo, Titolo III, cit. 78 Cfr. H. WOLLER, I conti con il fascismo, cit., p. 249.
79 Per una panoramica delle linee fondamentali del dibattito cfr. P. ALLOTTI, Studi recenti sull’epurazione nel secondo dopoguerra, in «Mondo Contemporaneo», 2008, 1, pp. 149-168.
80 L’Alto Commissariato fu abolito il 31 marzo del 1946. Il 22 giugno dello stesso anno fu promulgata la famosa amnistia proposta da Togliatti qualche mese prima anche in vista del referendum istituzionale del 2 giugno. Tra il 1948 e il 1949 il governo De Gasperi varò due decreti che favorirono il reintegro dei dirigenti delle amministrazioni statali ancora fuori servizio per effetto dell’epurazione. Nel 1953 ci fu l’amnistia definitiva che permise anche a chi era sfuggito ed era latitante di chiudere i conti col passato. Cfr. Ibid., pp. 513-559. A differenza di molti storici italiani Woller non crede al mito dell’epurazione mancata. Cfr. Ibid., pp. 569-576. La stessa presenza di ambasciatori politici si rivelò in seguito una parentesi. A partire dal 1948, infatti, solo pochi politici preferirono continuare l’attività di ambasciatori. Tra questi Manlio Brosio (liberale) e Sergio Fenoaltea (azionista).
81 Cfr. la Comunicazione del Ministero dell’Interno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, 18 agosto 1952, in Acs, Pcm, Gabinetto, Affari Generali, 1951-1954, Busta 10124.
Filippo Triola, La costruzione delle relazioni politiche ed economiche tra l’Italia e la Germania occidentale dopo la seconda guerra mondiale (1945-1951), Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2012

#ambasciatori #commissione #consoli #diplomatici #epurazione #fascismo #FilippoTriola #FrancescoBabuscioRizzo #guerra #GuglielmoArnò #MassimoMagistrati #reintegrazione #Repubblica #RobertoChastel #Salò #VitaleGallina

Il governo Segni entra in crisi il 6 maggio 1957

Gronchi ha una propria interpretazione del potere conferito al Presidente della Repubblica dall’art. 92 della Costituzione. Egli ritiene, infatti, che compito del Capo dello Stato non sia soltanto quello di individuare una personalità e nominare un governo in grado di ottenere la fiducia in Parlamento, ma anche di scegliere un esecutivo idoneo a sopperire alle esigenze della nazione <76: un criterio di valutazione, quest’ultimo, palesemente discrezionale, soprattutto se si considera la ferma convinzione di Gronchi della necessità di un governo con la sinistra, in direzione del quale si concentreranno tutti i suoi sforzi durante il mandato.
Il governo ereditato da Gronchi è quello guidato da Scelba, suo acerrimo nemico <77. Tuttavia, il governo Scelba entra in crisi molto presto, a causa del ritiro del proprio appoggio da parte del Pri. Il 22 giugno 1955 il governo si dimette e il 6 luglio 1955 viene nominato – voluto dalla segreteria democristiana, ma non gradito a Gronchi – il primo ministero Segni (si ripropone la coalizione centrista di Dc, Psdi e Pli, senza i repubblicani, che però votano la fiducia), cui Gronchi riesce a imporre, per la carica di ministro degli Interni, il nome di Tambroni <78. L’iter di formazione del governo Segni non esula da particolarità: infatti, a costui viene affidato un pre-incarico finalizzato a prendere il tempo necessario a delineare un programma di governo che trovi la convergenza delle forze del quadripartito. La scelta del pre-incarico sembra aver consentito a Gronchi di indirizzare le politiche governative sulle idee del centro-sinistra <79. Il governo Segni inizia l’opera di statalizzazione dell’economia, presentando un disegno di legge per l’istituzione del Ministero delle Partecipazioni statali. Il disegno viene approvato, nella sua versione definitiva, con un emendamento, fortemente voluto, tra gli altri, da Enrico Mattei, che sottrae le aziende a prevalente partecipazione statale alla disciplina sindacale degli altri datori di lavoro <80. Inoltre, è sotto il governo Segni che, il 25 marzo 1957, viene firmato il Trattato di Roma che istituisce la Comunità economica europea.
Zoli I
Il governo Segni entra in crisi il 6 maggio 1957, a causa della perdita del sostegno dei socialdemocratici di Saragat. Sulle ragioni della decisione dei socialdemocratici, al di là dei motivi fondati su contrasti relativi a singole scelte politiche (in particolare, su un progetto di legge sui patti agrari), si interrogano le testate giornalistiche del tempo, trovando spiegazioni diverse: qualcuno attribuisce la decisione a un impulso derivante dal capo del partito laburista del Regno Unito, pronunciatosi sulla questione dell’unificazione socialista, altri, invece, e questa versione è particolarmente interessante ai nostri fini, rinvengono la ragione del distacco dalla coalizione governativa nei contrasti emersi in materia di politica estera tra il Quirinale e il ministro degli esteri Martino (Pli) <81. Effettuate le consultazioni di rito, Gronchi affida l’incarico a Adone Zoli, il quale forma un governo monocolore Dc che si presenta al Parlamento il 29 maggio. Nel conferimento della fiducia, si rivela determinante il voto favorevole del Msi, a causa dell’astensione del Psi. Rifiutando di presiedere un governo a cui il sostegno della destra è fondamentale, Zoli rassegna le proprie dimissioni <82. Al termine delle rinnovate consultazioni, Gronchi rilascia la seguente dichiarazione: “quello che importa non sono le formule che debbono essere considerate strumenti per raggiungere delle finalità, e le finalità [del procedimento di formazione di un governo], secondo me, sono due: rispondere alle esigenze del Paese e rispettare l’autorità e il prestigio del Parlamento”. Inoltre, continua, “secondo la costituzione italiana la scelta del Capo dello Stato costituisce di per se il governo nella pienezza dei suoi poteri” e il Parlamento interviene solo successivamente con il voto di fiducia, rendendo quindi la responsabilità del Capo dello Stato italiano diversa da quella del Presidente francese, che nomina un governo che può dirsi formato soltanto dopo l’investitura del Parlamento <83. Gronchi, sulla base di tali considerazioni, si riserva di decidere se accettare le dimissioni del primo ministro e assegna prima un mandato esplorativo al presidente del Senato, Merzagora (16 giugno), allo scopo di sondare la concreta possibilità di formare un governo che ottenga la fiducia delle camere, poi un incarico a Fanfani (18 giugno). E’ questa la prima volta che viene introdotto nella storia costituzionale italiana lo strumento del mandato esplorativo <84. Il fallimento dei tentativi Merzagora e Fanfani determina la decisione di Gronchi di rigettare le dimissioni di Zoli, il 22 giugno. La ripresentazione di Zoli alle camere, senza una nuova discussione su un voto di fiducia (peraltro già ottenuta), non rimane avulsa dalle critiche parlamentari. In particolare, don Sturzo, richiamandosi a un tema per la prima volta introdotto da Maranini nel 1949, ossia quello della “partitocrazia”, denuncia, da un lato, il ruolo sempre più crescente dei partiti nelle crisi di governo, che ostacolano un’assunzione di responsabilità in sede parlamentare, dall’altro lato, la scarsa trasparenza nella scelta e nomina dei ministri, non più facilmente riconducibile a una scelta del Presidente del Consiglio, da effettuarsi in vista del mantenimento dell’unità di indirizzo politico <85.
[NOTE]
76 Cfr. A. Baldassarre – C. Mezzanotte, op. cit., pp. 87-88.
77 Quando Scelba si reca, come da prassi, dal Presidente della Repubblica per presentare le dimissioni del governo “in segno di ossequio”, Gronchi fa emettere un comunicato in cui dichiara di “non accettare” le dimissioni (anziché di respingerle) (cfr. A. Baldassarre – C. Mezzanotte, op. cit., pp. 89-90). Per una ricostruzione del dialogo intercorso tra Scelba e Gronchi cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1989, pp. 28-29; P. Guzzanti, Presidenti della Repubblica. Da De Nicola a Cossiga, Bari, Laterza, 1992 p. 93.
78 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 10; G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., p. 65; F. Damato, op. cit., pp. 55-56; P. Guzzanti, op. cit., p. 82.
79 Sul significato di questo pre-incarico, che troverebbe un precedente – seppure diverso – in quello affidato da Einaudi a De Gasperi dopo la tornata elettorale del 1953, cfr. M. Nardini, I primi passi della presidenza Gronchi ed il governo Segni, in Aa. Vv., op. cit., 2013, pp. 5-8. In effetti, il pre-incarico affidato a De Gasperi non fu frutto di una scelta interamente riconducibile al Capo dello Stato, che avrebbe preferito affidare l’incarico direttamente al leader della Dc. Fu De Gasperi stesso a ritenere opportuno un sondaggio presso le forze politiche. A ben vedere, tra l’altro, a seguito di quel sondaggio De Gasperi si rivelò propenso a rifiutare un eventuale incarico, che alla fine accettò soltanto a causa delle insistenze del Presidente. Il suo governo non ottenne tuttavia la fiducia delle camere.
80 Cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1989, pp. 30-32.
81 Cfr., per la prima versione, Enrico Mattei, Il governo Segni virtualmente in crisi per la decisione dei socialdemocratici di ritirarsi, in La Nazione del 6 maggio 1957; per la seconda versione, Le dimissioni di Segni probabilmente in giornata, in Paese sera del 7 maggio 1957. Le ragioni delle dimissioni non sembrano peraltro potersi rinvenire, come invece è sostenuto da qualcuno, in un tentativo di riavvicinamento tra Saragat e Nenni, a quanto risulta dalle dichiarazioni di quest’ultimo riportate nel secondo articolo menzionato: “la crisi di governo […] rimette in movimento una situazione stagnante. Ma nelle dichiarazioni di Saragat la difesa del centrismo, prospettata in polemica con noi, lascia assai incerti su quello che la socialdemocrazia vuol fare, se cioè passare decisamente alla opposizione […] o tentare la ricostruzione di un governo di centro, il cosiddetto “quadripartito di ferro”. In questo secondo caso verrebbe ribadita la politica che ha reso impossibile il riavvicinamento tra i due partiti, che dell’unità socialista è la premessa”. Entrambi gli articoli sono consultabili in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 11. Per la tesi dell’avvenuto distacco a causa del riavvicinamento tra partito socialista e partito socialdemocratico, cfr. S. Tabacchi, La formazione del governo Zoli, in Aa. Vv., op. cit., 2013, p. 5. Montanelli, invece, pone l’accento sul ruolo che le divisioni interne alla Dc hanno nella crisi di governo (cfr. I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1989, pp. 67-68).
82 Cfr. ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 11. Una ricostruzione è anche fornita in I. Montanelli – M. Cervi, op. cit., 1989, pp. 71-73.
83 Dichiarazione rilasciata in data 13 giugno 1957 al segretario della stampa parlamentare. La dichiarazione, riportata integralmente, si trova in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 11 e in Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica, Servizio archivio storico, documentazione e biblioteca, Discorsi e messaggi del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, Quaderni di documentazione, n. 11, Roma, 2009, p. 217.
84 Secondo parte della dottrina il “mandato esplorativo” si distinguerebbe dal pre-incarico in virtù della dichiarata non disponibilità del soggetto (in questo caso, Merzagora) di accettare un incarico (cfr. S. Tabacchi, op. cit., p. 10). Altri rinvengono un elemento distintivo nella circostanza che nel caso del pre-incarico il soggetto scelto viene effettivamente incaricato a formare il nuovo governo, mentre nel caso del mandato esplorativo no. La valutazione circa la riconducibilità del mandato all’una o l’altra categoria sarebbe quindi effettuabile soltanto ex post, dopo aver constatato a chi viene affidato l’incarico vero e proprio. La distinzione è peraltro meramente descrittiva (cfr. Fascicolo curato dalla Presidenza della Repubblica sulla crisi del II governo Moro, in ASPR, Ufficio per gli affari giuridici e le relazioni costituzionali, Crisi di governo-Diari, busta 20, pp. 12-14). Si segnala, peraltro, che la prassi successiva sembrerebbe suggerire un ulteriore tipo di criterio distintivo: il mandato esplorativo infatti si connoterà nel corso della presidenza Saragat per la sua genericità (si tratta di sondare gli orientamenti delle forze politiche allo scopo di valutare quali strade siano praticabili per la formazione di un governo di cui non sono precisata né la formula politica né il programma).
85 Cfr. S. Tabacchi, op. cit., pp. 12-13. Una critica all’imposizione fatta da Gronchi, nel “suo stile presidenziale”, a Zoli affinchè quest’ultimo si ripresentasse alle camere si riscontra anche in P. Guzzanti, op. cit., p. 96. Una ricostruzione dell’intera vicenda si trova anche in G. Mammarella – P. Cacace, op. cit., pp. 65-66 e F. Damato, op. cit., pp. 63-64.
Elena Pattaro, I “governi del Presidente”, Tesi di dottorato, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, 2015

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Gronchi pensava alla riunificazione della Germania

Nonostante manchino testimonianze del messaggio originale di Gronchi <487, il testo della risposta letta dall’ambasciatore Bogomolov nel loro successivo incontro (22 febbraio 1956) lascia percepire in maniera piuttosto evidente come il Capo dello Stato italiano si fosse avventurato nel proporre al governo di Mosca un suo personale progetto di unificazione della Germania basato sulla sua neutralizzazione per 20 anni e affiancato dalla realizzazione di concrete misure per il disarmo e per l’effettivo controllo sulla limitazione degli armamenti. Benché l’Unione Sovietica avesse sostanzialmente declinato l’invito del Presidente, nella replica venne esplicitato più volte come il progetto di Gronchi fosse comunque considerato dall’URSS un significativo passo in avanti rispetto ai punti di vista fino a quel momento espressi dall’Occidente. In particolare il governo di Mosca concordava con l’impostazione di raggiungere l’unificazione tedesca procedendo per singole tappe, tranquillizzando nel frattempo l’opinione pubblica internazionale tramite l’adozione di concrete misure per il disarmo, la limitazione degli armamenti e la conclusione di un trattato di sicurezza collettiva europea aperto a tutti i membri dell’Alleanza Atlantica e del Patto di Varsavia. Nonostante queste favorevoli premesse, però, il Cremlino contestava al disegno del Capo dello Stato italiano di non tenere sufficientemente in considerazione la necessità di porre le basi per una riunificazione all’interno della Germania stessa, partendo dal presupposto dell’esistenza di due “governi sovrani [creati] su diverse basi economico-sociali e indirizzati su diversi cammini”. Piuttosto che procedere verso un’immediata organizzazione di elezioni pangermaniche, a Mosca si riteneva più opportuno identificare come primo passo da compiere il raggiungimento di un accordo diretto tra la Repubblica Federale e quella Democratica <488.
Queste osservazioni vennero contestate, però, dal Presidente Gronchi, secondo il quale non sarebbe stato proficuo un accordo fra i due Stati tedeschi prima che fosse stabilita un’intesa fra le quattro potenze proprio sulle condizioni nelle quali la riunificazione tedesca avrebbe potuto essere realizzata. Per il Presidente, infatti, sia il governo federale che soprattutto il governo di Pankow, non rispecchiavano esattamente i sentimenti delle rispettive opinioni pubbliche <489.
Il consigliere Luciolli, che assistette all’incontro nonostante le diverse disposizioni date da Gronchi, il quale evidentemente avrebbe voluto discutere privatamente con l’ambasciatore sovietico come accaduto durante la precedente visita del 25 gennaio, non mancò di commentare il progetto del Presidente della Repubblica con una certa sorpresa mista a una profonda preoccupazione, constatando immediatamente come la proposta di Gronchi si discostasse nettamente dalle posizioni finora tenute dagli occidentali e come un simile disegno avrebbe potuto provocare una seria frattura tra lo stesso Capo dello Stato e gli esponenti governativi. “A quel tempo i governi occidentali puntavano sull’integrazione della Repubblica Federale nell’Occidente e non nella trasformazione della Germania in uno Stato-cuscinetto. Questo atteggiamento era fondato tra l’altro sul convincimento che l’Unione Sovietica non fosse affatto disposta a concedere alla RDG l’autonomia effettiva senza la quale tutta l’operazione non avrebbe avuto senso. La proposta di Gronchi era dunque nettamente contraria alla politica del governo italiano. Lo scopo per il quale Gronchi l’aveva fatta era evidente. Egli stava per recarsi a Washington e aveva pensato che il viaggio avrebbe avuto un risultato spettacolare se egli avesse potuto presentare al governo americano una soluzione del problema tedesco già approvata da quello sovietico. Si trattava, però, di un’iniziativa molto ingenua perché se l’Unione Sovietica avesse davvero voluto acconsentire alla riunificazione della Germania non avrebbe avuto nessun bisogno della mediazione di Gronchi” <490.
Le reazioni dell’esecutivo a una tale iniziativa non si fecero attendere e furono talmente forti che il Presidente dovette ammettere anche davanti all’ambasciatore Bogomolov che la proposta presentatagli altro non era che l’espressione di una posizione assolutamente personale senza alcuna implicazione politica. Una preziosa testimonianza sull’accaduto venne offerta proprio da Mario Luciolli <491, ministro consigliere all’Ambasciata a Washington nominato subito dopo l’elezione di Gronchi consigliere diplomatico del nuovo Capo dello Stato con l’evidente obiettivo di rassicurare gli inquieti ambienti americani. Come precedentemente accennato, in effetti, la reazione statunitense all’elezione di Gronchi, considerato più che un semplice simpatizzante della cosiddetta “apertura a sinistra” e dalla dubbia fedeltà atlantica, fu particolarmente allarmata e maggiormente esacerbata dai duri giudizi provenienti dai corrispondenti americani da Roma e in primis dell’ambasciatore Booth Luce <492. Non contribuì naturalmente a tranquillizzare Washington (per non parlare di ampi strati degli ambienti politici italiani) la famosa intervista concessa dal neo Presidente a Edmund Stevens, inviato del “Christian Science Monitor”, nella quale Gronchi espresse il desiderio italiano di riconoscere la Cina comunista, attaccò palesemente la politica statunitense, colpevole di non tenere sufficientemente conto delle opinioni degli alleati e di rischiare di allontanare la RFT dall’Occidente spingendola pericolosamente verso le attrattive sovietiche, e concluse addirittura auspicando un nuovo governo italiano spostato a sinistra con l’esclusione del Partito Liberale4 <93.
Ritrattazioni e smentite non furono sufficienti a rasserenare del tutto un’atmosfera tanto delicata e tesa, così la visita del Presidente Gronchi e del ministro Martino negli Stati Uniti e in Canada prevista per fine febbraio assunse un valore del tutto particolare e non mancò chi espresse una certa preoccupazione per le possibili esternazioni del Capo dello Stato e per la scarsità di armonia che avrebbero potuto tradire le posizioni di Gronchi e del ministro degli esteri di fronte alla controparte nord-americana <494.
Come ricordato da Ortona, la preparazione del viaggio di Gronchi e Martino caratterizzò interamente il lavoro dell’Ambasciata italiana a Washington nei mesi precedenti la visita <495, anche perché i diplomatici italiani dovettero divincolarsi non senza difficoltà tra le pretese statunitensi che il viaggio si riducesse a semplici “manifestazioni di facciata”, le pressioni del Quirinale di inserire il più possibile incontri dal forte valore politico con i maggiori esponenti del governo di Washington e infine quelle del governo, attento a soddisfare Gronchi ma anche a non superare determinati limiti di carattere costituzionale. Soprattutto l’ambasciatore Brosio si adoperò in modo particolare affinché i colloqui fossero preparati in maniera molto scrupolosa.
[NOTE]
487 La lettera di Gronchi a Bogomolov pare infatti non sia conservata in nessun archivio italiano e nessuno ne menziona l’eventuale presenza negli archivi di Mosca
488 “Messaggio di Voroscilov, letto e lasciato dall’Amb. dell’URSS sig. Bogomolov al Presidente Gronchi, 22 febbraio 1956” Is. St. F. Gr. sc. 81 f. 576. Alla luce del contenuto di tale documento va probabilmente corretta l’affermazione della Bedeschi Magrini che, riportando tale episodio basandosi esclusivamente su quanto riferito da Bartoli (Bartoli, D. Da Vittorio Emanuele a Gronchi Milano, Longanesi, 1961, p. 170-173) sostiene che non vi sia alcuna traccia dell’accaduto nelle fonti ufficiali, vd. Bedeschi Magrini, A. op. cit. p. 68
489 Is. St. F. Gr. sc. 81 f. 576. Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica “Udienza dell’ambasciatore dell’URSS, signor Alexander Bogomolov” Roma, 22 febbraio 1956. L’udienza terminò con un accenno di Bogomolov alla prossima visita di Gronchi negli Stati Uniti facendo intendere molto chiaramente che, qualora avesse trovato un favorevole accoglimento, il governo sovietico sarebbe stato ben lieto di invitare il capo dello Stato italiano a recarsi presto anche a Mosca. Gronchi replicò che “in linea di principio” non vedeva alcun ostacolo a tale visita.
490 Luciolli, M. Diciotto mesi al Quirinale con il Presidente Gronchi in Serra, E. (a cura di) Professione Diplomatico Milano, Franco Angeli, 1988, p. 112 e seg.
491 Ibidem
492 Cfr. Bedeschi Magrini, A. op. cit. p. 60; Wollemborg, L. op. cit. p. 31 e Nuti, L. op. cit. p. 38. Interessante osservare come Nuti consideri proprio Wollemborg, a quel tempo corrispondente da Roma per il Washington Post, come l’unico giornalista americano che non abbia ceduto a commenti caratterizzati da toni allarmistici. Per quanto riguarda le reazioni della signora Luce assai emblematico è il resoconto del giornalista statunitense Drew Pearson, già riportato da Nuti, secondo il quale l’ambasciatore americano, che “seguiva lo svolgimento delle elezioni dalla galleria dei rappresentanti diplomatici, scoppiava in un pianto dirotto.” Nuti, L. op. cit. p. 37. Interessanti a tale proposito anche le riflessioni del Governatore dello Stato di New York il quale, dopo una breve visita in Italia e una serie di colloqui con i leader italiani, riferì all’ambasciatore Luce che tra le numerose conversazioni avute, solo quella con il Presidente della Repubblica lo aveva seriamente preoccupato. Secondo le impressioni di Harriman, infatti, Gronchi avrebbe usato tutto il suo potere per distruggere il quadripartito e aprire le porte del governo alla sinistra di Nenni prima che questi avesse effettivamente rotto i rapporti con il partito comunista. FRUS 1955-1957, vol. XXVII, Memorandum of a Conversation, Roma, 23 luglio 1955, p. 282
493 Questi i passi più significativi dell’intervista a Gronchi: “Io dirò al Presidente Eisenhower, da Presidente a Presidente, che l’Italia ha intenzione di riconoscere ufficialmente la Cina comunista e inviterà gli Stati Uniti a rinunciare alla loro opposizione alla sua ammissione alle Nazioni Unite. [..] che il Patto Atlantico corre il rischio di disintegrarsi se non si mandano in vigore le clausole finora apparentemente dimenticate, economiche e politiche. [..] Se gli Stati Uniti vogliono mantenersi alla testa del mondo libero, debbono dimostrare maggiore considerazione per i sentimenti dei propri alleati e addivenire a consultazioni più frequenti e prolungate di quelle frettolose come fu quella improvvisata da Foster Dulles a Parigi, alla vigilia della conferenza dei Capi di governo a Ginevra. La politica estera americana è troppo rigida, troppo inflessibile, l’atteggiamento americano di fronte al comunismo ne è un esempio. [..] occorre che l’Occidente modifichi alquanto il proprio atteggiamento nei confronti dell’unità tedesca o altrimenti il Cancelliere Adenauer rischia di perdere molta popolarità. [..] La presente coalizione italiana dovrebbe scivolare verso la sinistra del centro, il che significherebbe prima di tutto eliminare dal governo il partito liberale.” Quirinale, Archivio Presidenza della Repubblica, [d’ora in poi APR] fasc. Gronchi
494 A tale proposito va rammentato che Martino apparteneva proprio alle fila di quel Partito Liberale che Gronchi voleva allontanare dalla compagine governativa. Sui contrasti tra i due durante il viaggio Luciolli, M. op. cit. p. 130; Ortona, E. op. cit. p. 160
495 Ortona, E. op. cit. p. 153 e seg. Sul frenetico lavoro di preparazione alla visita di Gronchi vd. anche Bedeschi Magrini, A. op. cit. p. 65
Emanuela Limiti, L’Italia e la sicurezza europea nel confronto Est-Ovest (1952-1958), Tesi di dottorato, Università degli Studi “Roma Tre”, Anno Accademico 2005-2006

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