#Osoppo

Uno dei difetti principali delle formazioni partigiane in Cadore era l’ossessivo mantenimento di posizioni fisse

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A settembre [1944] tutte le brigate aumentarono la frequenza delle loro scorribande, nel tentativo di isolare il Centro Cadore, la Val d’Ansiei ed il Comelico, impedendo la penetrazione del territorio da parte dei mezzi corazzati tedeschi, che battevano in ritirata. Le più significative azioni di questo periodo furono l’attacco al presidio tedesco sul monte Tudaio da parte di un gruppo della Oberdan in data 3 settembre 1944, il brillamento di un ponte sulla strada statale n. 51 denominata «Cavallera» il 4 settembre, l’attentato ad una pattuglia tedesca presso il ponte sul Rio Rin a Lozzo di Cadore il 6 settembre <134, l’imboscata ad un autocarro nel paese di Vallesina il 9 settembre, la conflagrazione tramite esplosivo di un ponte sul fiume Ansiei nello stesso giorno e la demolizione del ponte che collegava il paese di Venas a quello di Cibiana il 10 settembre <135. A complicare le cose sopraggiunsero alcune divergenze tra la Brigata carnica Osoppo e la Brigata Cadore. La prima voleva intensificare le azioni per dar luogo ad una strenua lotta contro l’invasore, la seconda invece voleva evitare le interferenze di altri nuclei partigiani sulla propria zona e lo stesso «Garbin» si mobilitò affinché fossero rispettati i territori di competenza delle singole brigate. Gli eventi precipitarono quando, il mattino del 20 settembre, alcuni partigiani della Osoppo, spararono diversi colpi di mitraglia contro l’edificio della scuola elementare di Pelos, sede del comando tedesco. Nello stesso tempo Alessandro Gallo si trovava a Lozzo per ricevere delle informazioni e dei documenti da un «gappista» della base di Pieve. Quando sentì gli spari, temendo una feroce ritorsione tedesca contro il paese, si portò con quattro compagni nella zona della «Curva dei Sindaci» presso la periferia di Lozzo. Qui attese per ore l’avvento del «gappista», ma poiché esso tardava, decise di tendere un agguato contro tre camion tedeschi che transitavano nella strada verso Domegge. Le bombe lanciate da Alessandro Gallo e dagli altri partigiani danneggiarono solo il primo dei tre automezzi, permettendo ai soldati degli altri due di reagire tempestivamente. Incalzati dal fuoco tedesco i partigiani si diedero alla fuga: il «Garbin» venne braccato ed ammazzato insieme a due dei suoi fedeli compagni <136, in località «Ceraia», mentre alla strage sopravvissero Arturo Fornasier «Volpe» e Giuseppe De Col «Carlo». I corpi dei caduti vennero allineati sulla scarpata adiacente alla strada e vennero dati alle fiamme i fienili circostanti <137. Il giorno successivo, per scongiurare il pericolo di ulteriori attacchi di guerriglia, i tedeschi abbandonarono i presidi di S. Caterina ad Auronzo e del Comelico e ripiegarono in quel di Pieve. Ma un gruppo della Calvi colpì presso Ponte Nuovo una pattuglia tedesca uccidendo due militi e ferendone gravemente altri cinque <138. Di conseguenza il 22 settembre i tedeschi effettuarono un rastrellamento a Calalzo ed arrestarono numerosi operai della fabbrica «Lozza», che vennero portati nella gendarmeria di Tai di Cadore per essere sottoposti ad interrogatorio <139. A Lozzo il panico si diffuse tra gli abitanti, di cui gran parte si nascose nell’altopiano di Pian Dei Buoi, sopra il paese, mentre il parroco don
Pietro Costantini celebrava in segreto le esequie dei tre partigiani caduti in battaglia due giorni prima <140. Molti uomini furono catturati e nel paese di Lorenzago solo l’intervento del parroco don Sesto Da Pra <141 impedì che i partigiani del luogo venissero estromessi dal paese da parte della popolazione terrorizzata dall’idea di subire la violenza tedesca. Per scongiurare ogni possibile ritorsione egli si recò personalmente al Comando delle SS di Tai, per convincere gli ufficiali che la colpa degli attentati recenti era da addossare a gruppi di partigiani titini <142.
Nel frattempo la prematura scomparsa di Gallo provocò i primi disappunti tra il Cln e la Brigata Calvi, che all’improvviso venne abbandonata a sé stessa e fu costretta a recuperarsi i viveri con le requisizioni forzate, malviste dalla gente già ampiamente provata dalla miseria derivata dalla guerra. Alla fine di settembre, i prigionieri tedeschi detenuti nella «Caserma di Sora Crepa» e a Pian Dei Buoi vennero trasportati presso il Passo della Mauria e furono scortati da un contingente della Osoppo fino a Forni Di Sopra; tuttavia per evitare ulteriori rappresaglie tedesche essi vennero presto rilasciati e fecero ritorno al Comando di Tai <143. Iniziò così, per i volontari cadorini, un periodo di sconforto e di profonda crisi organizzativa.
Uno dei difetti principali delle formazioni partigiane in Cadore era l’ossessivo mantenimento di posizioni fisse, che permetteva al nemico di accerchiare facilmente ogni loro dispiegamento grazie anche alla mancanza di armi e di un adeguato addestramento <144. Nell’autunno del ’44 anche gli alleati incontrarono alcune avversità e rallentarono la loro avanzata ed i tedeschi ebbero la possibilità di concentrare le proprie forze contro i partigiani. L’assenza di collegamenti tra alleati e partigiani era una grave carenza che poteva causare la distruzione dell’intero impianto della Resistenza, soprattutto nel momento in cui i tedeschi erano fortemente intenzionati a riprendere il possesso dei punti strategici in Veneto ed in Friuli. Per schiacciare le forze partigiane definitivamente il Comandante Supremo della zona Sud Ovest Albert Kesselring ordinò «una settimana di lotta» dall’8 al 14 ottobre del 1944 contro ogni banda di ribelli <145. Per far fronte alla situazione che stava degenerando, i vertici della Nannetti stabilirono una ristrutturazione di tutte le formazioni in piccoli nuclei più facilmente gestibili. Tuttavia la scarsità di vivande, la paura di rastrellamenti tedeschi, l’atteggiamento attendista del Cln, contribuirono ad indebolire ulteriormente le fila partigiane. Il 18 ottobre infatti, senza incontrare ostacolo alcuno, diverse truppe tedesche, provenienti dalla Carnia, invasero il Cadore attraversando il Passo della Mauria. Il 20 ottobre, la Brigata Calvi, impotente dinnanzi all’inesorabile avanzata del nemico fu costretta ad ordinare l’ennesimo frazionamento dei battaglioni in compagnie di quattro o cinque uomini con il compito di avvicendarsi ai propri paesi ed alle rispettive famiglie <146. Ai primi di novembre il Comando della Calvi fu affidato a Carlo Orler, detto «Alberto» ed a Severino Rizzardi, chiamato «Tigre <147». Dopo questo riassetto ed il frazionamento della Brigata, la maggior parte dei partigiani si aggregarono alla Todt <148 di Termine di Cadore su cui i tedeschi mantenevano un diretto controllo. Nel contempo i tedeschi ritornarono a Pelos ed ordinarono la costruzione di un nuovo ponte che collegasse il paese a Lozzo, da ultimare in appena quindici giorni. Furono ripresi i rastrellamenti nei paesi di Domegge <149, Laggio, Vigo, Calalzo ed Auronzo, molti fienili vennero bruciati e gli uomini validi e celibi vennero deportati nel campo di concentramento di Bolzano. Il 13 novembre, da Radio Londra, venne trasmesso il messaggio radiofonico «Alexander» nel quale si decretava il termine delle operazioni di sfondamento della «Linea Gotica» da parte dell’esercito alleato a causa dell’arrivo dell’inverno. Cosicché nascondere e nascondersi divenne l’unico imperativo dei partigiani della Calvi. Nonostante l’estrema accortezza che essi manifestarono nel darsi alla macchia non fu possibile evitare la cattura di alcuni patrioti per mano tedesca. Il 30 novembre infatti, nei comuni di Vigo, Lorenzago e Lozzo di Cadore, un rastrellamento portò al sequestro di Celestino Da Rin «Lune», di Galliano Ronzon «Marat», di Roberta Martini, di Vincenzo Calligaro e di Terenzio Baldovin. Tra questi Calligaro e Baldovin furono deportati al campo di Bolzano, ma solamente Terenzio finì in Germania dove perì nel campo di Obertraubling <150. Nella prima settimana di dicembre, le ultime forze partigiane scesero a valle e si mescolarono alla popolazione anche il presidio del rifugio «Tita Barba» venne abbandonato. Alla smobilitazione delle truppe di patrioti corrispose una continua caccia all’uomo da parte dei servizi di polizia tedesca, che portò all’arresto di Mario Chioccola, Direttore delle Scuole di Avviamento e di Innocente Anzutti, entrambi membri del Cln dei paesi dell’Oltrepiave <151. Fu solo con l’avvento della primavera che si riprese l’attività di Resistenza ad Auronzo, nel massiccio delle Marmarole ed in Comelico.
[NOTE]
134 A causa di questo attentato il 7 settembre 1944 vi fu una reazione tedesca contro il paese di Lozzo. A riguardo, nelle memorie dell’allora parroco di Lozzo don Pietro Costantini si leggono le seguenti parole: «Alle ore 16, mentre il Parroco è in chiesa parrocchiale intento alle confessioni dei fanciulli, che si preparano alla festa della Madonna, una pattuglia di tedeschi si ferma davanti alla chiesa ed incomincia a sparare. Grande panico. Il Parroco tratta con i tedeschi, riesce a portare i fanciulli all’Asilo infantile e li affida alle Suore. Durante la sparatoria rimangono feriti Calligaro Achille Capo, Laguna Marco a Col e Marta Raffaele. Per fortuna le ferite non sono gravi». Cit. da don
Pietro Costantini, La nostra Chiesa, Lozzo di Cadore, 1969, p. 17.
135 Si veda Musizza e De Donà, Guerra e Resistenza in Cadore,, pp. 186-197.
136 I caduti oltre al «Garbin» furono Alfredo Piccin detto «Mingi» di Domegge e Giovanni Valentini «Lilli» di Arona. Si veda la fotografia della croce commemorativa posta sul luogo della strage riportata in Appendici, documenti e fotografie, ivi p. 167. Cfr. Fornasier, Il nonno racconta, pp. 71-72.
137 Cfr. Musizza e De Dona, Guerra e resistenza in Cadore, pp. 236-238.
138 Ibidem, pp. 240-245.
139 Il giorno successivo continuarono gli scontri tra i soldati tedeschi ed i partigiani. Di questi eventi nel diario di don Pietro Costantini sotto l’indicazione della data del 23 settembre 1944 si legge: «Combattimenti fra partigiani e tedeschi in comune di Domegge, fino a S. Anna dove un partigiano del Comelico è trovato cadavere, sotto un fienile.» Cit. da don Pietro Costantini, La nostra Chiesa, p. 18.
140 Riguardo all’attentato del 20 settembre nelle memorie di don Pietro Costantini, datate 20 settembre 1944, si legge: «Tre partigiani uccisi sui campi di “Ceraia”. È ucciso anche il capo “Garbin”. Il medico recatosi a constatare la morte trova nelle loro tasche “Notes” con nominativi ed indicazioni che fortunatamente non giungono in mano a tedeschi. Nuova sparatoria per le vie del paese. Nessun ferito, ma molta paura. Corre voce che si farà una rappresaglia sul paese. La gente s’affretta a mettere in salvo le cose più importanti. Anche gli ammalati sono portati fuori di casa e sistemati nei fienili di “Le Spesse” e “Naro”. Il caso più pietoso è quello di Da Pra Colò Maria ved. Baldovin Stefin che non può muoversi dal letto. È caricata su di un carro e trasportata, quasi agonizzante, in un fienile.” Cit. da don Pietro Costantini, La nostra Chiesa, p.18. Inoltre in una busta che reca la didascalia Foto: partigiani uccisi dalla SS. Tedesca in località “Ceraia” sett. 1944, custodita presso l’Archivio della parrocchia di S. Lorenzo Martire di Lozzo di Cadore c’è la seguente annotazione: “Partigiani uccisi dalle S.S. tedesche in località “Ceraia” il giorno 20.9.1944 in uno scontro provocato dai partigiani stessi, non si sa bene a quale scopo, quando si tenga presente che i partigiani erano in cinque e i tedeschi erano circa un centinaio ed occupavano due automezzi equipaggiati a guerra.” Il documento porta la firma del parroco don Pietro Costantini, nel retro c’è l’elenco dei partigiani caduti con i rispettivi nomi di battaglia e la dicitura “il giorno 20 sett. 1944, dei cinque partigiani sopravvissero due soltanto.” Nella busta ci sono le foto dei corpi dei caduti e la copia di una circolare del comune di Lozzo in cui si legge: “Il giorno 20 settembre 1944 alle ore 14:30 circa sono morti in località “Ceraia” di questo Comune tre individui sconosciuti (partigiani) di sesso maschile, uno dell’apparente età di anni 35 e gli altri due di anni 30, in seguito a ferite di arma da fuoco (mitragliatrice) sparata da soldati delle Forze Armate Germaniche. Il cadavere dei medesimi fu trasportato nel cimitero di Lorenzago, dopo il funerale eseguito a Lozzo. Lozzo di Cadore, 21 settembre 1944; l’Ufficiale dello Stato Civile Delegato.» La busta e le foto suddette sono riportati in Appendici, documenti e fotografie, ivi pp.168-171. Si veda anche serie 9, Protocolli 1840-1950, busta 124, fasc.1, Registro di protocollo 1944 1° gen.- 1945 lug.11, p. 164, in Archivio comunale di Lozzo di Cadore, dove si legge: «Si registra il rinvenimento di 3 cadaveri di partigiani morti in località Ceraia il 20 corr. Alle 14:30. Salme trasportate poi a Lorenzago”. Cfr. Anche serie 23, busta 1013, fasc. 7, categoria XV, Sicurezza pubblica, classi 1°, Stato civile, dove si legge: “Il 22 settembre i tre corpi dei partigiani di Ceraia furono portati a Lorenzago dopo il controllo del medico Amadori».
141 Aleardo Sesto Da Pra «Pocchiesa» nacque a Lozzo di Cadore il 31 maggio 1909 alle ore 22:00, da Lorenzo e Bartolomea Lovarini, penultimo di sette fratelli: Grazioso, Gaetano, Giovanni, Mario, Celio e Delio. Egli venne ordinato sacerdote il 6 luglio 1936 e fu cooperatore ecclesiastico a Pieve di Zoldo, a Santo Stefano e a Lorenzago di Cadore. Nel novembre del 1943 divenne titolare della parrocchia di Lorenzago. Morì il 16 febbraio 2000 presso l’ospedale di Pieve di Cadore. Si veda Marco D’Ambros (a cura di), Don Sesto Da Pra, un parroco amico del Papa, Grafica Sanvitese, San Vito di Cadore (Bl), I Edizione, luglio 2010, pp. 7-8.
142 Si veda Musizza e De Donà, Guerra e Resistenza in Cadore, pp. 245-249.
143 Ibidem, pp. 254-258.
144 Cfr. Vendramini, Aspetti militari della resistenza bellunese e veneta. Tra ricerca e testimonianza, pp. 85-86.
145 Si veda Musizza e De Donà, Guerra e Resistenza in Cadore, p.263.
146 Ibidem, pp. 268-271.
147 Ibidem, p. 279.
148 L’Organizzazione Todt o «Ot» era un’impresa di costruzioni addetta all’allestimento di fortificazioni attivata dal Reich, essa prese il nome dal suo fondatore Fritz Todt, che ne rimase a capo fino all’8 febbraio 1942 quando perì in un incidente aereo, poi venne sostituito da Albert Speer. Ibidem, p. 280.
149 Qui, i due partigiani Renato De Bernardo «Ivan» e Duilio Cian vennero impiccati il 25 ottobre 1944. Cfr. Ibidem, p. 298-299.
150 Ibidem, pp. 321-323.
Vittorio Lora, Terenzio Baldovin e Lozzo di Cadore. Public history e stratificazioni della memoria in una comunità di montagna, Tesi di laurea, Università Ca’ Foscari – Venezia, Anno accademico 2011-2012

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La Osoppo e il MACI sono da ritenersi le principali strutture segrete anticomuniste a carattere armato sorte in Italia prima del 1956

Se il compito essenziale di Gladio era quello di attuare: “attività di informazione, infiltrazione/esfiltrazione, propaganda, guerriglia, sabotaggio in parti del territorio occupate dal nemico” <16, siamo oggi in possesso di numerosi documenti che testimoniano come fin dal 1945 nel territorio italiano nacquero una molteplicità di organizzazioni che si erano fatte carico degli stessi identici compiti che in quel 1956 vennero assegnati a Gladio. Il 26 novembre 1956 (giorno del varo ufficiale della Stay Behind italiana) in sostanza, non segnò la data di nascita di un servizio parallelo a quello ufficiale quale mai l’Italia aveva conosciuto, ma di una sorta di riorganizzazione di tutte quelle strutture nate per essere in grado di reagire ad una aggressione straniera ed operanti fin dall’immediato dopoguerra.
In base ai documenti oggi disponibili è inoltre possibile dimostrare che le radici profonde di tali strutture risalgono ad un momento storico ancora precedente e precisamente al periodo che fece seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943. Fu infatti durante le settimane successive a tale data che i neonati servizi segreti del governo di Brindisi ritennero che, nell’ottica della guerra all’invasore nazista, costituisse un supporto di grande importanza riuscire a creare una rete clandestina in grado di operare al di là del fronte nemico e capace di porsi in sinergia con le nascenti formazioni partigiane. Alcuni degli uomini che in quegli anni operarono all’interno dei servizi segreti del governo Badoglio, adoperandosi nel sostenere la guerra dietro le linee dell’esercito di invasione nazista, li ritroveremo poi nel dopoguerra tra gli artefici della creazione di strutture paramilitari occulte in funzione anticomunista ed infine anche dentro la stessa Gladio.
Nell’indagare sulle origini di Gladio si dovrà perciò partire dai convulsi e concitati giorni post-armistizio, quando la nuova intelligence al servizio del Governo del Sud, valutò positivamente l’idea secondo la quale, accanto alle Forze Armate regolari, dovessero operare bande di “irregolari”, capaci di agire contro il nemico mettendo in atto forme di guerriglia e sabotaggio. L’attenzione dovrà poi essere rivolta al cruciale momento del passaggio dalle prime strutture segrete sorte in funzione antinazista a quelle che, nell’immediato dopoguerra, cominciarono ad operare in funzione anticomunista e per far questo sarà necessario soffermarsi in modo particolare su quanto accadde in una precisa regione geografica, il Friuli Venezia Giulia. E’ qui infatti che si possono trovare i presupposti, tanto politico-ideologici quanto operativi, delle formazioni Stay Behind anticomuniste, le cui radici affondano nel drammatico ed insanabile contrasto che, a partire dall’autunno del 1944, si venne a creare dentro alla Resistenza friulana fra i partigiani comunisti filo-titini delle Brigate Garibaldi e i “partigiani bianchi” che militavano nella Brigata cattolica Osoppo.
Queste primordiali strutture, nate in modo pressoché spontaneo fin dai primi giorni dell’estate del 1945 per volontà di quegli osovani che erano decisi a difendere il Friuli dal pericolo di aggressione titina, ricevettero ben presto un decisivo supporto “istituzionale” da parte dei massimi vertici politici e militari della nuova Italia democratica, i quali garantirono agli osovani finanziamenti, armi, nonché la possibilità di essere addestrati alla tecniche di guerriglia e sabotaggio sotto l’egida di ufficiali dell’Esercito americano. Ad inizio 1947 così, una volta aumentata la consistenza numerica ed affinato l’addestramento, da queste embrionali organizzazioni segrete potè nascere la più importante struttura di tipo Stay Behind sorta in Italia prima del 1956, ovvero la “Osoppo-Organizzazione O”, la cui vicenda dovrà essere seguita con particolare attenzione, poiché essa a tutti gli effetti può essere considerata la vera e propria progenitrice di Gladio, all’interno della quale andò a costituire la branca principale.
Se il Friuli fu indiscutibilmente il “laboratorio” in cui vennero sperimentate e portate a compimento le principali entità prodromiche a Gladio, nel corso degli anni quaranta anche in altre zone dell’Italia settentrionale numerosi partigiani cattolici e liberali, una volta conclusa la lotta contro il nazifascismo, rimasero in armi ed entrarono a far parte di strutture segrete create in funzione anticomunista. Di assoluta rilevanza da questo punto di vista fu il ruolo giocato nell’area lombarda da una organizzazione denominata: “Movimento Avanguardista Cattolico Italiano” (MACI), originariamente fondata nel 1919 per iniziativa dell’allora arcivescovo di Milano, Monsignor Andrea Ferrari. Sotto il fascismo però, il MACI era stato costretto a sciogliersi e soltanto nel novembre 1945, per espressa volontà del cardinale Ildefonso Schuster e della curia milanese, esso rivide la luce. Ufficialmente si trattava di una organizzazione impegnata nella difesa del cattolicesimo e dei valori cristiani e che alle elezioni politiche dell’aprile 1948, di concerto con i “celebri” Comitati Civici di Luigi Gedda, si distinse per il grande zelo propagandistico profuso in favore dei candidati democristiani in Lombardia e Piemonte. Accanto a questo suo ruolo pubblico tuttavia, il MACI fin dai primi anni post-bellici aveva sviluppato una vera e propria attività sotterranea attraverso la creazione di una struttura segreta, che fu posta sotto il “comando” di un ex partigiano bianco di nome Pietro Cattaneo ed i cui compiti essenziali erano quelli di sorvegliare il “nemico comunista”, cercare di scoprirne eventuali piani insurrezionali per essere pronti a reagire qualora fossero stati messi in atto. A Milano vi era il “comando centrale” di tale struttura, alla quale facevano capo numerose cellule dislocate in quasi tutte le provincie lombarde le quali, disponendo di infiltrati sia nelle sezioni comuniste, sia in vari luoghi di lavoro, tenevano costantemente informato Cattaneo su ogni possibile “azione sovversiva” dei comunisti. Il MACI non può essere “tout court” definito una organizzazione di tipo Stay Behind, poiché le sue caratteristiche erano più consone a quelle di una sorta di servizio segreto parallelo capace di avere un capillare controllo del territorio al fine di prevenire eventuali atti ostili del “nemico”. Tuttavia, anch’esso disponeva di una dimensione prettamente militare e la assoluta maggioranza dei suoi componenti erano ex partigiani anticomunisti pronti a riprendere le armi (molte delle quali vennero occultate anche nelle sacrestie) qualora ciò servisse ad impedire che in Italia si affermasse un regime di tipo sovietico. Rispetto a quella della “Osoppo-Organizzazione O” e di Gladio, la vicenda del MACI è molto meno nota, eppure la sua importanza deve essere considerata assoluta in quanto tale struttura, come si vedrà, aveva come diretti referenti sia la Democrazia Cristiana, sia le più alte autorità ecclesiastiche. Di enorme interesse da questo punto di vista appare una missiva riservata che nel 1948 l’allora segretario provinciale della DC milanese, Vincenzo Sangalli, inviò a Pietro Cattaneo, e nella quale era scritto che la DC riconosceva proprio il MACI quale unica organizzazione armata legittimata ad agire in suo nome.
Per consistenza numerica e diffusione nel territorio, la Osoppo e il MACI sono da ritenersi le principali strutture segrete anticomuniste a carattere armato sorte in Italia prima del 1956. Se della Osoppo è certa la continuità con Gladio, la stessa cosa non la si può affermare con sicurezza per quanto riguarda il MACI, anche se non sembra essere un caso che gli ultimi documenti in cui si parla dell’esistenza di tale rete militare cattolica siano risalenti alla metà degli anni cinquanta. Dal 1956 in poi infatti, della organizzazione militare del MACI non si hanno più notizie ed è perciò verosimile ipotizzare che anch’essa, come la Osoppo, sia stata sciolta all’atto della nascita di Stay Behind, avvenuta nel novembre di quell’anno.
Nella ricostruzione della storia di Gladio e delle strutture ad essa prodromiche c’è infine un altro importante aspetto che deve essere affrontato ed è quello relativo ai supposti “misteri” ed alle presunte trame oscure che ancora oggi graverebbero intorno all’esistenza di tali entità. Sebbene infatti Stay Behind in sede giudiziaria sia stata assolta, è oggettivamente da riconoscere, senza per questo fare della facile dietrologia, che la sua vicenda presenta ancora svariati nodi da sciogliere. Si renderà quindi necessario cercare di rispondere anche ad alcuni cruciali quesiti quali, tra gli altri, quello relativo alle eventuali collusioni fra le suddette strutture e il neofascismo, sui possibili sconfinamenti nell’illegalità di cui alcuni elementi ad esse organici potrebbero essersi resi responsabili, nonché all’interrogativo, che come vedremo è verosimilmente quello di maggiore rilevanza, se davvero oggi conosciamo per intero la storia delle organizzazioni Stay Behind o se in realtà non vi sia un altro livello, parallelo alla stessa Gladio, che non è ancora venuto alla luce. Al tempo stesso però, allorchè verranno affrontate tali questioni, sarà fondamentale ricordare che Gladio (così come le organizzazioni ad essa affini) è uscita totalmente assolta da ogni procedimento penale. Se è quindi pur vero che permangono zone d’ombra ed aspetti non ancora perfettamente chiariti, è tuttavia imprescindibile avere presente quella che è ad oggi la verità giudiziaria. Questo non significa ovviamente che essa sia di riflesso una verità in senso assoluto, ma non si può non tenere conto che, secondo la magistratura, una prova concreta ed inconfutabile di un coinvolgimento di Gladio in atti di tipo eversivo non è mai emersa.
Fino a questo momento si è avuto modo di parlare di strutture anticomuniste, ma c’è un altro tema la cui conoscenza si deve considerare una integrazione essenziale ai fini di redigere una ricostruzione realmente completa della storia delle organizzazioni segrete a carattere paramilitare presenti sul territorio italiano dal dopoguerra in poi. Se è infatti indiscutibile che fin dal 1945 in Italia nacquero una molteplicità di formazioni armate “nemiche” del PCI e la cui esistenza era ignota non solo all’opinione pubblica, ma anche a gran parte del Parlamento, è oggi altrettanto dimostrato che in quegli stessi anni anche il Partito Comunista Italiano possedeva una sua organizzazione militare segreta.
Si trattava di quella che, con una dicitura impropria ma divenuta ormai di uso comune, è stata chiamata “la Gladio Rossa” <17. Questo termine fu usato per la prima volta nel maggio 1991 in una inchiesta del settimanale l’Europeo firmata dai giornalisti Romano Cantore e Vittorio Scutti, i quali, basandosi in gran parte su quanto loro dichiarato da un ex dirigente toscano del PCI di nome Siro Cocchi, “rivelarono” che per anni, a partire dal 1945, era esistito un apparato militare facente capo al PCI e che di fatto avrebbe costituito una sorta di “contraltare” di Gladio. La “Gladio Rossa” sarebbe infatti stata una specie di quinta colonna dei paesi comunisti dislocata in Italia ed essa, in caso di invasione del territorio italiano da parte di truppe sovietiche, avrebbe dovuto operare in loro favore, agendo attraverso forme di guerriglia da attuare contro gli Eserciti Alleati. Sebbene la descrizione che la suddetta inchiesta giornalistica fornì di tale struttura armata fosse oggettivamente piuttosto generica, quell’articolo dell’Europeo ebbe un effetto dirompente, poiché pochi giorni dopo la sua pubblicazione, la Procura di Roma decise di aprire un fascicolo di indagine in relazione alla presunta esistenza di una organizzazione paramilitare organica al PCI, sui suoi possibili collegamenti coi paesi del blocco sovietico e su suoi eventuali piani insurrezionali. Fu così che ebbe inizio l’inchiesta su quella che da quel momento si cominciò a chiamare convenzionalmente “la Gladio Rossa”. Dopo che nei mesi precedenti il dibattito politico era stato in gran parte monopolizzato dal caso di Stay Behind e dalle dure invettive che “da sinistra” vennero rivolte alla Democrazia Cristiana, colpevole, si disse, di aver dato copertura ad una struttura eversiva, nelle settimane seguenti a quel maggio 1991, a finire sul “banco degli imputati” furono gli ex comunisti, a loro volta accusati di aver strumentalmente utilizzato l’esistenza di Gladio per dare una falsa immagine della storia d’Italia. Proprio la vicenda della “Gladio Rossa”, fu allora detto, dimostrava quanto fossero fasulle le ricostruzioni storiche che fino a quel momento erano comparse nella “stampa progressista” e che avevano descritto il PCI quale partito che mai deflettè dal rispetto della Costituzione e dei valori democratici, cui dall’altra parte si sarebbe invece opposta una DC asservita agli interessi americani e con loro complice di qualunque artificio pur di non mandare al potere i comunisti <18.
[NOTE]
16 SRACS, Relazione Andreotti, cit., pag. 5.
17 Ovviamente la struttura militare del PCI non si chiamò mai Gladio Rossa, che è solo un nome che si cominciò ad usare nei primi anni novanta (quando uscirono i primi documenti attestanti l’esistenza di tale struttura) per analogia con l’altra Gladio, quella anticomunista.
18 A distinguersi in modo particolare in questa campagna di stampa tesa a “rivalutare” Gladio e ad accusare i post-comunisti di strumentalità politica, fu soprattutto il Giornale all’epoca diretto da Indro Montanelli. Rievocando quei giorni, Montanelli ha scritto: “Gladio divenne un’arma preziosa per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dallo sfascio dell’ideologia e dei partiti comunisti e per avvalorare la tesi che l’Italia fosse vissuta in una falsa democrazia, viziata da presenze poliziesche, autoritarie e golpiste (….) con il risultato che unico partito rispettabile, in tanto sfascio, rimaneva il PCI poi divenuto PDS, sconfitto dalla storia recente; ma che si pretese fosse rivalutato, grazie ad un’abile operazione trasformistica (…)” (I. Montanelli, M.Cervi, L’Italia degli anni di piombo, in Storia d’Italia, Vol. XI, RCS Libri, Milano 2004, pag. 39).
Giacomo Pacini, Le organizzazioni paramilitari segrete nell’Italia Repubblicana (1945-1991), Tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, Anno Accademico 2005-2006

Nel 2001 Gianni Donno, docente di storia contemporanea all’Università di Lecce e consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, ha pubblicato una corposa raccolta di documenti, corredata da brevi commenti, riguardanti la cosiddetta «Gladio rossa», ossia la presunta struttura paramilitare del Pci che avrebbe avuto non scopi difensivi, ma rivoluzionari ed offensivi in vista del ribaltamento dello Stato democratico [cfr. G. Donno, La Gladio rossa del Pci (1945-1967), Rubbettino, Soveria Mannelli 2001]. La credibilità dell’impianto del volume, stante anche l’impostazione fieramente anticomunista dell’autore (che giunge a suggerire dei fili di collegamento non solo culturale e politico ma persino organizzativo tra il Pci e le Brigate rosse), è tuttavia, a mio avviso, piuttosto dubbia. Donno, infatti, si basa su pochi documenti, spesso provenienti dal Sifar o da altre fonti informative – non meglio identificate – del ministero dell’Interno: gli stessi estensori delle relazioni, del resto, usano il tempo condizionale nei loro scritti, incerti dell’attendibilità delle fonti e, in almeno un caso, è lo stesso ministro Tambroni a commentare la nota come generica e quindi inutile. Per non parlare, poi, della ventilata esistenza di un «archivio segreto del Pci», di cui Donno parla per pagine senza avere prove (Ivi, pp. 67-72).
Ilenia Rossini, Conflittualità sociale, violenza politica e collettiva e gestione dell’ordine pubblico a Roma (luglio 1948-luglio 1960), Tesi di Dottorato, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Anno Accademico 2014-2015

Sono necessarie due premesse: la prima nel merito e la seconda nel metodo. Innanzitutto è verosimile che il Pci disponesse di una solida tradizione in attività di intelligence, variamente definite come riservate o addirittura paramilitari, volte a tutelare il partito nel teso clima del secondo dopoguerra <1222.
1222 Maurizio Caprara, Lavoro riservato: i cassetti segreti del Pci, Feltrinelli, Milano 1997. Si veda anche il lavoro storico, ma attraversato dalle ragioni della polemica politica, di Carmelo Giovanni Donno, La “Gladio rossa” del Pci 1945-1967, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001.
Andrea Tanturli, La parabola di Prima linea. Violenza politica e lotta armata nella crisi italiana (1974-1979), Tesi di dottorato, Università degli studi di Urbino “Carlo Bo”, Anno Accademico 2016-2017

Praticamente una fotografia della situazione italiana in quegli anni con un partito Comunista cosciente di essere destinato ad un’eterna opposizione per le probabili conseguenze golpiste di un’eventuale salita al potere, come anche del diffuso e sottaciuto italico sentimento di indipendenza dall’Occidente e dall’Oriente che avrebbe impedito o reso difficile qualunque invasione. Infatti anche la famosa “Gladio Rossa”, che avrebbe teoricamente contato su migliaia di individui, è ampiamente infiltrata dai servizi segreti delle Forze Armate <272.
272 Pelizzaro G.P., Gladio Rossa, edizioni Settimo Sigillo, Roma, 1997
F. Marco Valli, Strategia, strateghi e pop culture nella guerra fredda: da Hiroshima alla Luna (1945-1969), Tesi di dottorato, Sapienza Università di Roma, Anno Accademico 2020-2021

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